fìglio
anche scritto: figlio
(f. -a; pl. m. fìgli), s. m. chi è generato, rispetto ai genitori (detto com. della prole umana ma esteso talvolta anche a quella degli animali); nel plurale maschile può indicare rampolli di sesso diverso (se il rampollo è nascituro, è indicato genericamente con la forma del maschile) figlio di latte, rispetto alla balia, colui che ne ha succhiato il latte. modi e loc. dell'uso com. e fam.: figlio di papà, giovane rampollo di personaggio ricco e influente, cui l'appoggio paterno assicura brillante carriera e vita facile; figlio di papà o di mamma, giovane viziato al quale il padre o la madre le danno tutte vinte; figlio di famiglia, che vive nella casa paterna; figlio di nessuno, di chi è solo e abbandonato, quasi non avesse i genitori; anche, trovatello; figlio d'arte, chi esercita una professione, un mestiere, un'arte già esercitata dai suoi genitori e talvolta anche dai nonni; figlio dell'amore, chi è nato da un'unione extra-matrimoniale fig. qualsiasi persona rispetto alla terra che le ha dato i natali e l'ha nutrita. est. discendente: figli di Adamo ed Eva, gli uomini in genere, secondo la tradizione biblica che vuole Adamo ed Eva come primi progenitori spesso per indicare un rapporto di discendenza o di apparteneneza, fuori dal piano propr. naturale della generazione: figlio del popolo, popolano; figlio del Medioevo, del Rinascimento, del proprio tempo, di persona, spec. artista, che rispecchia i caratteri del tempo in cui vive o è vissuta. nel linguaggio com., spec. fam., epiteto affettuoso usato soprattutto da persona anziana nel rivolgersi (con avvertimenti, consigli e sim.) a chi è più giovane nel linguaggio della Chiesa, nome con cui il sacerdote suole rivolgersi ai fedeli. denominazione degli appartenenti a ordini oppure a congregazioni religiose o di religiosi (maschili e femminili). fig. detto di concetti astratti, prodotto, effetto di qualcosa (con valore appositivo o predicativo, rispettando la concordanza del genere).