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Benevento, centro storico ancora nel mirino: la sicurezza non si misura solo con repressione e statistiche, serve una sinergia di azioni

Il sangue sull’asfalto di corso Garibaldi, le preoccupazioni di chi frequenta piazza Roma e il centro, le domande di genitori che non si sentono più tranquilli quando i figli escono la sera. L’ultima aggressione ai danni di una giovane donna riporta Benevento davanti a un problema che non può essere affrontato soltanto sull’onda dell’indignazione. Perché, mentre la politica discute, le istituzioni snocciolano dati e sui social si moltiplicano commenti e richieste di intervento, resta una questione molto concreta: come restituire ai cittadini la serenità di vivere il centro storico? Non si tratta di trasformare ogni episodio in una prova di insicurezza generalizzata, né di ignorare i dati ufficiali che descrivono una diminuzione complessiva dei reati. Si tratta, piuttosto, di comprendere perché alcune zone della città continuino a essere teatro di episodi preoccupanti e perché, nonostante i controlli già effettuati e gli impegni annunciati, la preoccupazione non accenni a diminuire. L’aggressione avvenuta al corso Garibaldi, a circa due mesi dai precedenti fatti di cronaca, impone una riflessione che vada oltre le reazioni del momento: sulla presenza delle istituzioni, sulla prevenzione della devianza giovanile e sulla capacità di Benevento di affrontare il problema prima che si ripresenti. Il primo punto da cui partire è proprio questo: riconoscere che la sicurezza non si esaurisce nel conteggio dei reati denunciati e che una città non può considerarsi al riparo da un problema soltanto perché, nel confronto con l’anno precedente, le statistiche restituiscono un quadro complessivamente positivo. I numeri sono indispensabili per comprendere l’andamento della criminalità, ma devono essere letti insieme a ciò che accade nei quartieri, nelle piazze e nelle strade. Soprattutto, devono servire a orientare le decisioni, non a chiudere il confronto. A Benevento, dopo i recenti episodi, la questione è diventata inevitabilmente anche politica. Le richieste di maggiore controllo si sono intrecciate con le proposte di chi invita a intervenire sulle cause della violenza giovanile, mentre residenti e commercianti continuano a chiedere risposte concrete. Posizioni diverse, ma accomunate da una necessità che dovrebbe essere evidente a tutti: evitare che il centro storico torni a essere al centro dell’attenzione soltanto dopo un’aggressione. Del resto, non è la prima volta che si parla di piazza Roma, corso Garibaldi e delle aree circostanti. Le preoccupazioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo risse, aggressioni e altri episodi che avevano alimentato il dibattito sulla vivibilità del cuore cittadino. Da allora sono arrivati gli interventi delle istituzioni, le riunioni in Prefettura e gli annunci di nuove misure. Eppure, a distanza di appena due mesi, ci ritroviamo a ragionare ancora sugli stessi luoghi e sulle stesse criticità. È qui che occorre fermarsi. Non per sostenere che Benevento sia diventata una città pericolosa, ma per capire se le risposte messe in campo siano sufficienti e, soprattutto, se siano capaci di produrre effetti duraturi. Lo scorso 3 settembre, nel Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, presieduto dal prefetto Raffaela Moscarella, era emersa una diminuzione complessiva dei reati denunciati nel capoluogo: meno 22,51 per cento nei primi otto mesi del 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un risultato significativo, accompagnato da un’intensa attività di controllo del territorio, con migliaia di servizi, oltre 12.000 persone identificate e circa 3.000 veicoli controllati nel solo centro cittadino. Sono elementi che meritano attenzione e che testimoniano il lavoro svolto dalle Forze dell’Ordine. Ma proprio perché il quadro generale presenta aspetti positivi, diventa ancora più importante capire dove persistano le criticità e quali interventi possano renderli meno frequenti. Una diminuzione complessiva dei reati, infatti, non esclude la presenza di problemi circoscritti a determinate aree o fasce orarie. Allo stesso modo, la successione di alcuni episodi di cronaca non dimostra automaticamente un aumento generale della criminalità. Per comprendere davvero la situazione servono analisi puntuali, dati disaggregati, ascolto del territorio e verifiche sull’efficacia delle misure adottate. Il rischio è quello di contrapporre due realtà che, invece, dovrebbero essere considerate insieme: da una parte i dati ufficiali, dall’altra le preoccupazioni di chi vive la città. Le famiglie che temono per i propri figli non possono essere liquidate come vittime dell’allarmismo. Ma neppure la paura, da sola, può diventare una misura oggettiva della criminalità. Deve essere un segnale da ascoltare, verificare e affrontare con strumenti adeguati. Tra gli impegni assunti dopo i precedenti episodi c’era anche l’annuncio del sindaco relativo all’apertura di un presidio della Polizia Municipale in piazza Roma. Una misura che avrebbe dovuto assicurare una presenza riconoscibile in uno dei punti più frequentati del centro e nel quale si erano verificati diversi episodi di violenza. A oggi, però, quel presidio non risulta concretamente visibile. Ed è una questione sulla quale sarebbe opportuno fare chiarezza. Quando un’amministrazione annuncia un intervento in risposta a una criticità, è ragionevole che i cittadini si aspettino di vederlo realizzato. Occorre sapere se l’organizzazione del servizio sia stata definita, quando partirà, con quali orari e con quale disponibilità di personale. Non si tratta di pretendere che la Polizia Municipale risolva da sola ogni problema di sicurezza. Il controllo del territorio richiede il coordinamento con Polizia di Stato e Carabinieri, una distribuzione efficace delle risorse e una presenza calibrata sulle esigenze reali. Ma un presidio visibile, soprattutto nelle ore più delicate, può contribuire a scoraggiare alcuni comportamenti, consentire una più rapida segnalazione delle situazioni problematiche e rafforzare il rapporto tra cittadini e istituzioni. La presenza delle divise non è una soluzione universale. È, però, uno degli strumenti che devono essere utilizzati quando il territorio lo richiede. E se piazza Roma è stata individuata come un’area prioritaria, è giusto che l’impegno annunciato non resti sospeso. Servono controlli mirati, videosorveglianza funzionante, coordinamento tra le pattuglie e interventi tempestivi nelle aree maggiormente esposte. Ma sarebbe riduttivo pensare che la risposta possa esaurirsi nell’aumento dei controlli o nell’inasprimento delle sanzioni. La devianza giovanile è un fenomeno complesso, che non nasce necessariamente all’improvviso e che non riguarda soltanto le grandi città. Anche nei centri più piccoli possono svilupparsi gruppi nei quali la provocazione diventa una forma di riconoscimento, l’aggressività uno strumento per affermarsi e il comportamento violento un mezzo per ottenere attenzione. È un fenomeno che richiede fermezza, ma anche capacità di leggere ciò che accade prima che si arrivi al reato. Le scuole, i servizi sociali, le case famiglia, le famiglie e le associazioni devono poter lavorare insieme, individuando per tempo le situazioni che richiedono un intervento. Questo non significa giustificare chi aggredisce attribuendo ogni responsabilità al contesto sociale. Significa riconoscere che la responsabilità individuale e la prevenzione collettiva non sono alternative. E una comunità ha anche il dovere di chiedersi se avrebbe potuto intervenire prima. Benevento ha una dimensione che, se adeguatamente valorizzata, potrebbe rappresentare un vantaggio. Rispetto alle grandi aree metropolitane, il territorio è più contenuto e le relazioni tra famiglie, scuole, associazioni e istituzioni possono essere più dirette. Questa prossimità, tuttavia, non produce automaticamente prevenzione. Deve essere organizzata e sostenuta. Occorre sapere quali opportunità vengono offerte agli adolescenti, quali spazi possono frequentare nelle ore pomeridiane e serali, quali attività sono accessibili anche a chi proviene da famiglie con minori disponibilità economiche. Bisogna interrogarsi sulla presenza di educatori di strada, sulla capacità dei servizi territoriali di intercettare il disagio e sulla collaborazione tra istituzioni scolastiche e famiglie. Non tutti i ragazzi – italiani e stranieri – che si ritrovano in piazza sono un problema. Lo spazio pubblico appartiene anche a loro, e sarebbe sbagliato trasformare ogni gruppo di giovanissimi in un potenziale pericolo. La questione nasce quando la socialità si trasforma in prevaricazione, quando le regole vengono ignorate e quando gli altri cittadini iniziano a sentirsi intimiditi. Per evitare che questo accada, non bastano i divieti. Servono alternative concrete: centri giovanili, aule studio, attività sportive, laboratori musicali e culturali, occasioni di formazione e partecipazione. Sono interventi che richiedono risorse e continuità, ma che possono contribuire a rendere il territorio più vivibile e a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. La sicurezza, in fondo, si costruisce anche così: facendo in modo che i luoghi pubblici siano frequentati, curati e condivisi, senza lasciare che diventino spazi nei quali prevale chi alza di più la voce o usa la forza. Allo stesso tempo, sarebbe poco serio ignorare le difficoltà legate alla gestione dell’accoglienza, all’integrazione e al coinvolgimento delle persone che vivono situazioni di marginalità. Sono questioni che richiedono controlli, percorsi di inserimento, interlocutori credibili e una collaborazione effettiva tra istituzioni e comunità presenti sul territorio. La contrapposizione tra sicurezza e integrazione non aiuta a risolvere il problema. Una politica efficace deve saper garantire entrambe: fermezza nei confronti di chi viola la legge e opportunità concrete per chi vuole rispettarla e partecipare alla vita della città. C’è infine un aspetto che riguarda direttamente il futuro di Benevento. Un centro storico vissuto soltanto nelle ore diurne, con piazze che si svuotano progressivamente e attività che faticano a mantenere una presenza costante, rischia di perdere una parte importante della propria funzione sociale. La sicurezza non dipende esclusivamente dalla presenza delle Forze dell’Ordine. Contano anche l’illuminazione, la manutenzione, la disponibilità di servizi, la presenza di attività commerciali e le occasioni di incontro. Questo non significa che una piazza frequentata sia automaticamente una piazza sicura, ma che una comunità presente può contribuire a contrastare la sensazione di abbandono e favorire una maggiore attenzione agli spazi condivisi. Per questo le politiche di sicurezza dovrebbero procedere insieme a quelle urbanistiche, culturali e sociali. Il Comune dovrebbe valutare le aree più esposte, ascoltare residenti e commercianti e costruire un programma di interventi con obiettivi precisi, tempi definiti e risultati verificabili. Anche le esperienze di altre città possono offrire indicazioni utili, purché vengano studiate e adattate alle caratteristiche del territorio, senza limitarsi a riproporre formule che funzionano soltanto sulla carta. Quello che serve a Benevento non è un intervento simbolico destinato a durare fino al prossimo episodio di cronaca. È una strategia capace di tenere insieme controllo, prevenzione e rigenerazione urbana. L’aggressione di corso Garibaldi non può essere utilizzata per sostenere che l’intera città sia diventata insicura. Ma non può nemmeno essere archiviata senza interrogarsi sulle criticità che continuano a emergere. I dati ufficiali vanno considerati, il lavoro delle Forze dell’Ordine va riconosciuto e le responsabilità dei singoli devono essere accertate. Ma, nello stesso tempo, le istituzioni devono dimostrare di saper ascoltare le preoccupazioni dei cittadini e trasformarle in interventi concreti.

Il presidio della Polizia Municipale annunciato in piazza Roma è uno dei primi passaggi sui quali è necessario fare chiarezza. A questo devono aggiungersi una presenza coordinata delle Forze dell’Ordine, strumenti di prevenzione efficaci, maggiore collaborazione tra scuole e servizi sociali e opportunità reali per i giovani. Non servono risposte improvvisate, né promesse che si esauriscano nel dibattito pubblico. Serve un programma che possa essere verificato nel tempo e sul quale le istituzioni siano chiamate a rendere conto.

Perché una città non può permettersi di affrontare sempre gli stessi problemi come se fossero appena comparsi. Benevento ha bisogno di tornare a vivere il proprio centro senza paura, ma anche di evitare che la richiesta di sicurezza diventi terreno di contrapposizione permanente. La strada è quella di una presenza pubblica più efficace, di regole applicate con fermezza e di una comunità capace di intervenire prima che il disagio si trasformi in violenza.

La vera misura del lavoro delle istituzioni sarà la loro capacità di fare in modo che, nei prossimi mesi, le stesse domande non tornino puntualmente al centro della discussione. Perché la sicurezza non consiste soltanto nel registrare meno reati. Consiste anche nel garantire alle persone la libertà di attraversare una piazza, fermarsi a parlare, incontrare gli amici e tornare a casa senza sentirsi costrette a rinunciare alla propria città. L'articolo Benevento, centro storico ancora nel mirino: la sicurezza non si misura solo con repressione e statistiche, serve una sinergia di azioni proviene da NTR24.TV - News su cronaca, politica, economia, sport, cultura nel Sannio.
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