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La corsa a Palazzo Mosti e il gioco delle parti: prima il programma o il candidato?

Per raccontare la cronaca politica locale, abbiamo assistito a due riunioni recenti e rilevanti. La prima, in via Perasso, presso la sede provinciale di Fratelli d’Italia, ha riunito i referenti locali dei partiti che compongono la maggioranza di governo guidata da Giorgia Meloni. La seconda, al corso Garibaldi, presso la Biblioteca provinciale, è stata promossa dal Pd cittadino, che ha invitato partiti e movimenti disposti a condividere una proposta per il prossimo governo del capoluogo. Sin qui nulla di eccezionale: fisiologiche “chiamate alle armi” in vista delle elezioni amministrative del 2027. A colpire la nostra attenzione è stato un elemento comune emerso nel corso dei due incontri, al di là di qualche distinguo lessicale e senza voler attribuire virgolettati a chicchessia. Non si tratta, per carità, di dolo o colpa grave. Al massimo, di una colpa lieve, tanto più che siamo di fronte a un leitmotiv ricorrente nelle discussioni pre-elettorali italiche da quando, circa un trentennio, la politica ha cominciato ad affidarsi più ai leader che alle ideologie. “Prima i programmi (o qualcosa del genere) e poi il candidato” è il grido di battaglia che si è levato nelle due mini-assemblee, entrambe animate dall’intento di sovvertire la decennale maggioranza mastelliana. E, a dire il vero, fors’anche in casa Mastella si ragiona allo stesso modo. Sembrerebbe scontato che fosse così. Invece, è tutt’altro che così. Forse, e ci permettiamo di dirlo sottovoce, sarebbe più opportuno individuare prima il candidato e poi definire le linee programmatiche. Sempre che la raccolta delle istanze popolari e la stesura dei programmi abbiano ancora un peso e non si riducano a ritualità da adempiere, magari con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Immaginiamo che i due rassemblement, a destra e a sinistra, raccolgano le proposte della base, elaborino i rispettivi progetti elettorali e solo dopo li sottopongano ai potenziali candidati, sindaci o consiglieri, affinché li condividano e li approvino. In un mondo normale, un percorso del genere dovrebbe incontrare qualche ostacolo, ammesso che i programmi abbiano ancora una qualche valenza. È giusto, infatti, che un candidato sindaco, così come un aspirante consigliere, abbia una propria visione e voglia amministrare la comunità, non per onor di firma, ma per incidere con le proprie idee e contribuire a ridisegnare il futuro della città. L’auspicio è che qualcuno diventi sindaco perché riesce a trascinare gli altri con le proprie idee e proposte, fino a convincerli a sostenerlo in virtù della sua visione della città e di ciò che intende realizzare. Sarebbe più logico, ma forse è proprio la logica a non appartenere più alla politica. I poli e le alleanze intenzionati a concorrere per lo scranno più alto di Palazzo Mosti dovrebbero, dunque, cercare prima una convergenza sui nomi. Se non riuscissero a individuare un candidato capace di raccogliere un consenso condiviso, potrebbero sceglierne uno in grado di esprimere una propria visione politica. Solo a quel punto, insieme ai candidati consiglieri, si potrebbe elaborare il progetto di città da presentare agli elettori. Questo potrebbe rappresentare un percorso virtuoso, capace di dare credibilità alla proposta e di far nascere un’idea di città riconoscibile. Ragionare al contrario significa, invece, parlare e agire in politichese: accordarsi, spartire e poi scegliere un esecutore con i suoi compagni di viaggio. Ed è ciò che, probabilmente, accadrà anche questa volta. I 40-50 giorni che precederanno la scadenza per la presentazione delle liste e delle candidature saranno teatro del solito grande “mercato della politica”. Candidati sindaci e consiglieri, individuati in qualche “caminetto”, potranno passare dalla sera alla mattina da uno schieramento all’altro, senza curarsi di quel disegno di città che dovrebbe interessare tutti i cittadini elettori. Papi che torneranno cardinali e cardinali che si ritroveranno papi quasi a loro insaputa. A questo punto, visto l’andazzo, tanto vale lasciare i proponenti alla raccolta delle istanze e alla stesura dei programmi e chiunque potrà proporsi come candidato sindaco. Va sempre bene tutto quello che si può scrivere in una proposta programmatica. Del resto, chi non vuole una città pulita e verde, ma con strade asfaltate e tanti parcheggi; piena di turisti, ma non così tanti da infastidire; con tante industrie, ma senza inquinamento; con tanto commercio, ma senza traffico. Tutti vogliono che i giovani restino e non vadano via, ma senza che la sera affollino le strade e facciano rumore. Chiunque vuole tanti servizi pubblici, ma senza pagare tasse. E, già che ci siamo, ci starebbe bene portare a Benevento anche il mare e la montagna. Proprio come quei programmi elettorali che promettono di cambiare tutto senza chiedere a nessuno di rinunciare a qualcosa. Ma allora: è nato prima l’uovo o la gallina? Prima il programma o il candidato? L'articolo La corsa a Palazzo Mosti e il gioco delle parti: prima il programma o il candidato? proviene da NTR24.TV - News su cronaca, politica, economia, sport, cultura nel Sannio.
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