di Fabio Massimo Parenti
Il nuovo vertice tra i capi di Stato di Usa e Cina, a distanza di pochi mesi dal precedente, racconta innanzitutto che i nodi della competizione internazionale rimangono sul tavolo, irrisolti. Ucraina, Iran, Taiwan, nuove tecnologie, AI, derive belliciste in Europa e in Giappone sono solo alcune delle traiettorie distruttive, o potenzialmente tali, in cui ci troviamo immersi. La possibilità di trasformare il caos attuale – e la disumanità diffusa – in opportunità di sviluppo condiviso per l’umanità passa in larga misura proprio da Washington e Pechino. Piacerebbe ci fosse anche Bruxelles, ma per il momento non vi è traccia di Europa. Xi e Trump hanno raggiunto nuovi accomodamenti commerciali su 60 miliardi di beni esportati, 30 per parte: parliamo del 10% circa delle esportazioni cinesi verso gli Usa e del 30% del flusso inverso. Su questa quota di beni considerati non sensibili si torna a trattamenti normali, senza tariffe punitive aggiuntive. Bene, ma la strada da percorrere rimane lunga. Xi ha ricordato la necessità di ampliare gli spazi di cooperazione e, nel contempo, di ridurre la competizione e la contrapposizione per il bene dei due popoli e del mondo intero. È su questo piano che sono emersi gli aspetti a mio avviso più rilevanti. I due presidenti hanno cercato punti in comune anche nella storia, a cominciare dall’alleanza antigiapponese nella seconda guerra mondiale. Ma, al di là delle simbologie, gli aspetti più sostanziali emersi dal vertice riguardano parità, stabilità e possibilità di perseguire differenti traiettorie di benessere senza trasformarle necessariamente in contrapposizione. Primo aspetto. Gli Usa hanno dimostrato di trattare la Cina come un interlocutore alla pari. Entrambi i paesi hanno leve da giocare in caso di ulteriore escalation competitiva e sembra che gli Usa comincino a capire – volendo essere speranzosi – che il gioco a somma zero con la Cina non è praticabile. La Cina ha dimostrato di poter ribattere alle misure coercitive di Washington. Le sue leve vanno dalle terre rare e dalla loro raffinazione ai sistemi di pagamento alternativi, ampiamente utilizzati con la Russia e altri partner, fino alla progressiva riduzione del debito Usa detenuto da Pechino. A ciò si aggiunge il peso produttivo e commerciale globale della Cina, ormai superiore a quello statunitense sotto diversi indicatori, dalla produzione manifatturiera al commercio di beni. Gli Usa, dal canto loro, conservano leve formidabili: la centralità internazionale del dollaro e del proprio sistema finanziario, il controllo o l’influenza su segmenti cruciali delle tecnologie avanzate e dei semiconduttori, oltre a una rete di alleanze militari senza equivalenti. È proprio questa disponibilità reciproca di strumenti di pressione a rendere ancora più necessario trasformare la competizione in una relazione gestita e responsabile. Quest’ultima è la stella polare di Pechino, che da mesi offre un lessico costruttivo che Washington, almeno formalmente, sembra sposare. L’obiettivo è perseguire “una relazione costruttiva per la stabilità strategica”: nella concezione cinese dell’ordine, la parola chiave è stabilità. Per Pechino la stabilità strategica passa per la sicurezza, fondata sullo sviluppo attraverso la cooperazione e non sulla deterrenza militare o sulle alleanze contrapposte. Più sviluppo condiviso, più sicurezza per tutti. Pechino traduce questo approccio anche nella scelta di non entrare nei conflitti innescati e alimentati da Washington, che finiscono per colpire gli interessi cinesi: commerci, investimenti e infrastrutture. Nel contempo, Pechino da alcuni anni si oppone fattivamente alle sanzioni extraterritoriali statunitensi che colpiscono direttamente o indirettamente la propria economia, incluse quelle contro raffinerie, porti e terminali petroliferi, ritenendole illegali quando prive di autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU. Durante il vertice si è parlato anche delle principali crisi sistemiche: Iran, Ucraina, Russia. Gli Usa insistono affinché Pechino faccia pressione su Teheran e Mosca, ma questa richiesta dovrebbero rivolgerla anzitutto a loro stessi. Non è la Cina che alimenta questi conflitti né che vende armi a Israele, Taiwan o Giappone. Come direbbero gli americani sobri, siamo di fronte a un “non senso”. Quanti di voi sanno, ad esempio, che a Kinmen vi sono periodicamente formatori militari statunitensi? Parliamo di un isolotto amministrato da Taiwan che dista appena 10 km da Xiamen, cioè dalle coste cinesi. Dovremmo solo ringraziare la Cina per non trasformare certe anomalie e provocazioni in casus belli. Secondo aspetto. Xi ha ribadito in questi giorni la relazione tra il ringiovanimento cinese e il MAGA americano: due progetti nazionali che Pechino propone come compatibili, proprio per scacciare lo spettro di un gioco a somma zero. È, ancora una volta, la Cina a offrire un lessico della coesistenza tra Paesi. Le basi sono rispetto, dialogo, reciprocità, lealtà e riconoscimento delle differenze storiche al fine di realizzare i rispettivi progetti nazionali. Se coesistiamo pacificamente, questo il messaggio di Xi, ciascuno potrà avere molte più possibilità di realizzare le proprie ambizioni nazionali a beneficio dei propri popoli e dell’intero mondo. Dietro la diplomazia del vertice si intravede dunque una trasformazione assai più profonda dell’ordine internazionale. Non è più il tempo delle guerre dell’oppio, né della globalizzazione neoliberale a guida USA. È il tempo del policentrismo. Il rinnovato imperialismo statunitense non inverte questa tendenza e, proprio perché ridimensionato, mostra con maggiore chiarezza i propri tratti coercitivi, in antitesi alle più elementari norme del diritto internazionale. Se Pechino contribuisse, come sta tentando di fare, ad attenuare questi tratti specifici della traiettoria storica statunitense, allora i sogni nazionali diverranno patrimonio comune dell’umanità. Se fino agli anni Duemila molti pensavano di poter assorbire la Cina nella gerarchia internazionale a guida USA, la storia più recente ha dimostrato che il gigante asiatico non lo ha consentito, partecipando al processo di integrazione mondiale con una propria visione del mondo. La contesa materiale odierna – su moneta, risorse e tecnologia – esprime dunque un confronto più profondo tra differenti modalità di organizzazione del potere politico-economico e tra due idee di ordine internazionale. Per armonizzarle servono responsabilità e priorità chiare. Toniamo infine alla formula proposta da Xi: ringiovanimento cinese e MAGA americano possono procedere insieme, perché lo sviluppo dell’uno non deve necessariamente presupporre l’arretramento dell’altro. Entrambe le aspirazioni possono progredire mano nella mano. È questa la proposta cinese. Speriamo che Washington impari ad ascoltare e mostri la responsabilità che le dovrebbe competere.L’AUTORE
Fabio Massimo Parenti è attualmente Foreign Associate Professor di Economia Politica Internazionale alla China Foreign Affairs University, Beijing. Ha insegnato anche in Italia, Messico, Stati Uniti e Marocco ed è membro di vari think tank italiani e stranieri. Il suo ultimo libro è “La Cina non si Usa”(Edizioni Dedalo 2026). Su twitter: @fabiomassimos
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