Il tempo passa, il web cambia e l'interazione negli ultimi due anni è stata letteralmente stravolta per molti di noi. Parlare con un chatbot è molto diverso dal fare una ricerca sul web, perché non scriviamo più soltanto poche parole per trovare un ristorante o risolvere un dubbio, ma in molti casi ci troviamo a raccontare i nostri problemi, descriviamo situazioni personali e, qualche volta, confidiamo informazioni che non diremmo nemmeno a chi ci conosce. Il rapporto che si è creato è molto più intimo, sotto forma di dialogo, come se dall'altra parte di fosse realmente un'entità disposta ad ascoltarci e a capirci.
Oltre alla pericolosità in sé di un rapporto simile con una macchina, che troppo facilmente viene confusa con un analista o uno psicologi, c'è un problema che riguarda tutti i dati che diamo in pasto all'AI. C'è un problema ancora poco compreso ma del quale dobbiamo rendercene conto, ovvero che se una conversazione con un'intelligenza artificiale può sembrare privata, non lo è necessariamente.
Un sondaggio pubblicato da DuckDuckGo, condotto su quasi 2.000 adulti statunitensi, mostra che quasi un utente AI su tre ha raccontato a un chatbot qualcosa che non avrebbe condiviso con amici, familiari, colleghi o professionisti sanitari. Tra gli appassionati più estremi di AI la percentuale arriva al 56%.
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