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Settemila chilometri in bici per raccontare in Nordafrica la storia di Carmelo Imbriani: il fratello Gianpaolo riparte con una promessa nel cuore

Prima viene la strada. Poi tutto il resto. Il caldo del deserto, le frontiere, i chilometri da contare, la bicicletta da spingere quando le gambe non basteranno più. E soprattutto gli incontri: quelli cercati, quelli casuali, quelli che nascono quando non hai un albergo prenotato e non sai ancora dove dormirai la sera. Gianpaolo Imbriani è un amico e lo conosciamo proprio così. Tra qualche giorno rimetterà lo zaino sulle spalle, salirà in sella a una bicicletta e si lascerà alle spalle l’Italia. Davanti avrà circa 7mila chilometri, tre mesi di viaggio e un itinerario che lo porterà attraverso il Nord Africa e il Medio Oriente, tra traghetti, strade, deserti e frontiere. Ma, come accade ormai da dodici anni, la destinazione non è la parte più importante della storia. Perché Gianpaolo viaggia per raccontare qualcuno che non può più farlo. Suo fratello Carmelo. L’ex calciatore, capitano e bandiera del Benevento, passato anche per il Napoli e per diverse piazze del calcio professionistico italiano, è morto nel febbraio del 2013. Aveva appena 37 anni. Un linfoma se lo portò via troppo presto, quando ancora aveva davanti una vita intera da vivere e una brillante carriera da allenatore appena cominciata. Da allora Gianpaolo ha scelto una strada insolita per continuare a tenerlo in vita. Ha iniziato a raccontarlo al mondo. A modo suo. In autostop, soprattutto. E adesso anche in bicicletta. Il nuovo viaggio, in realtà, non era nato così. L’idea iniziale era quella di raggiungere l’Africa con un mezzo a quattro ruote per portare avanti un progetto legato alla Croce Rossa della Guinea. Poi, cercando aziende e possibili sponsor disposti ad accompagnarlo nell’impresa, Gianpaolo ha scritto anche a realtà del mondo delle biciclette. Una risposta è arrivata dalla Germania. E con quella risposta è arrivata una bicicletta. Il progetto ha cambiato pelle. Gianpaolo ha iniziato a procurarsi borse, casco e attrezzatura, ridisegnando progressivamente il viaggio. Il risultato è diventato una nuova sfida: 7mila chilometri sulle due ruote, con la bici protagonista soltanto dove sarà possibile e i traghetti a collegare le grandi tratte. La partenza sarà dalla Campania verso la Tunisia. Poi l’Africa, il deserto, la Mauritania, il Sahara occidentale e il Marocco. Infine il ritorno verso l’Europa, attraverso la Spagna e poi l’Italia. Tre mesi lontano da casa. Tre mesi dentro una storia che, in realtà, è cominciata molto prima. Per capire Gianpaolo bisogna tornare a Carmelo. Bisogna tornare a quando erano semplicemente due fratelli. Carmelo era il maggiore e provava a convincere Gianpaolo a studiare. Gli prometteva viaggi come ricompensa. Una volta gli aveva persino messo davanti agli occhi la Giamaica. Poi arrivò il diploma. Era il 2001. Il premio fu un viaggio insieme in Sardegna, a San Teodoro, nella casa dello zio. Gianpaolo non poteva ancora saperlo, ma quella vacanza avrebbe lasciato una traccia profonda nella sua vita. La Sardegna sarebbe diventata casa. E il viaggio, molti anni dopo, sarebbe diventato il modo attraverso il quale continuare a parlare di Carmelo. Quando il fratello si ammalò, tutto cambiò. Durante quei mesi accadde qualcosa che andò oltre il calcio: tifoserie storicamente avversarie si ritrovarono unite sotto uno stesso messaggio. “Imbriani non mollare”. Tre parole semplici. Tre parole diventate un simbolo. Carmelo non ce la fece, ma quelle parole sì. E Gianpaolo decise di portarle con sé. Prima sulle strade italiane, poi in Europa, in Africa, in Asia, in America. Ovunque arrivasse, raccontava chi era Carmelo, cosa aveva rappresentato per Benevento e per il calcio, e soprattutto che cosa aveva lasciato alle persone che lo avevano conosciuto. Oggi, dopo aver attraversato 129 Paesi, quella storia continua a viaggiare. C’è un punto, però, nel racconto di Gianpaolo in cui il viaggio smette di essere semplicemente un’avventura. È quando spiega perché vuole continuare a viaggiare senza affidarsi alle comodità. Non portarsi soldi in tasca, o portarne il meno possibile, significa per lui esporsi all’incontro. Significa poter arrivare stanco davanti a una casa e scoprire che qualcuno apre la porta. Significa aspettare per ore sul ciglio di una strada che una macchina si fermi. Significa accettare il rischio di non sapere cosa succederà dopo. È la filosofia che ha costruito durante migliaia di chilometri in autostop. E che gli ha insegnato una cosa precisa: le persone che non si fermano sono moltissime, ma quelle che si fermano possono cambiarti una giornata, un viaggio, qualche volta persino la vita. Gianpaolo lo racconta senza idealizzare il mondo. Nel corso dei suoi viaggi ha incontrato anche situazioni difficili e momenti nei quali la sicurezza è diventata un problema concreto. Ma proprio queste esperienze hanno rafforzato in lui la convinzione che il viaggio più autentico sia quello nel quale non tutto è già deciso. Non vuole essere un turista che attraversa un luogo. Vuole entrarci. Parlare con chi ci vive. Capire. Anche questa volta non mancheranno le difficoltà. Tra i punti più delicati dell’itinerario c’è il passaggio tra Mauritania e Sahara occidentale, una zona che Gianpaolo considera particolarmente impegnativa. Poi ci sarà il deserto. E ci sarà una delle esperienze che più lo affascinano: il lungo viaggio sul treno del ferro della Mauritania, il convoglio utilizzato per trasportare il carbone attraverso il deserto. Settecento chilometri circa in mezzo a un paesaggio estremo, prima di tornare sulla strada. È difficile immaginare un contrasto più grande con il viaggio tradizionale. Eppure è proprio quello che Gianpaolo cerca. Non la comodità. La storia da vivere. C’è poi un altro progetto che accompagna da anni il suo cammino. Cinque campi da calcio dedicati a Carmelo, uno per ogni continente. Uno è già stato realizzato a Benevento. Un altro a Itigi, in Tanzania, dove ancora oggi bambini e realtà locali utilizzano quel campo per giocare e allenarsi. Un terzo progetto è legato all’Argentina, dove Gianpaolo collabora da anni con una fondazione che si occupa di minori in difficoltà. L’idea è semplice e potentissima: prendere ciò che Carmelo aveva amato di più, il calcio, e trasformarlo in uno strumento capace di unire persone lontane migliaia di chilometri. Perché alla fine il progetto non è soltanto ricordare un calciatore. È fare in modo che quel ricordo produca qualcosa. Un campo dove divertirsi, crescere e socializzare. Un incontro. Una possibilità. Una storia raccontata a un bambino che magari non ha mai sentito parlare di Benevento e che, grazie a quel pallone, scopre l’esistenza di un uomo che ha giocato a calcio dall’altra parte del mondo. È questo, oggi, il sogno più grande di Gianpaolo. Non soltanto partire ancora. Ma dare una struttura a tutto ciò che ha costruito in questi anni. Una vera associazione nel nome di Carmelo, capace di portare nelle scuole la sua storia e quella dei viaggi, di parlare ai ragazzi di sport, solidarietà, incontro e conoscenza. Per molto tempo Gianpaolo ha bussato alle porte delle scuole offrendo la propria testimonianza. Poi ha capito che anche la gratuità, paradossalmente, può diventare un limite. Perché una storia così, per crescere, ha bisogno di essere organizzata. Di avere una struttura. Di poter essere inserita nei percorsi educativi e trasformarsi in un progetto vero. È una consapevolezza maturata lentamente. Come tutto, del resto, nella sua vita. C’è un’immagine che accompagna Gianpaolo da prima ancora che Carmelo morisse. Un tatuaggio ispirato a Keith Haring: due figure che si abbracciano sotto un planisfero. Oggi sembra quasi la fotografia della loro storia. Due fratelli. Uno continua a camminare. L’altro viaggia con lui. Quando Gianpaolo salirà su quella bicicletta, non avrà soltanto davanti 7mila chilometri. Avrà davanti il deserto, le frontiere, la fatica, il caldo, le notti da inventare e le persone ancora sconosciute che incontrerà lungo la strada. Ma avrà anche una storia da raccontare. La storia di Carmelo. La storia di un calciatore che ha lasciato un segno a Benevento e nel calcio italiano. La storia di una malattia che non riuscì a spegnere l’affetto di migliaia di persone. La storia di tre parole che sono diventate un viaggio. E la storia di un fratello che, da dodici anni, continua a cercare suo fratello nel volto delle persone che incontra. Forse è questo il vero significato dei 7mila chilometri che stanno per cominciare. Non arrivare più lontano degli altri. Ma portare Carmelo ancora un po’ più lontano. Da qualche parte, oltre il prossimo confine, ci sarà qualcuno che non conosce ancora la sua storia. Gianpaolo proverà a raccontargliela. Poi salirà di nuovo in sella. E ripartirà. Perché certe promesse non hanno una destinazione. Hanno soltanto una strada davanti. E quella di Gianpaolo, ancora una volta, porta il nome di Carmelo. Imbriani non mollare.

Per seguire il viaggio:
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