Le nostre città stanno diventando enormi alberghi a cielo aperto. Le case si trasformano in affitti brevi, i quartieri popolari in attrazioni turistiche, le piazze in vetrine e gli abitanti, quelli che in quelle città ci sono nati e cresciuti, finiscono per diventare ospiti indesiderati a casa propria. Un paradosso straordinario: milioni di persone arrivano per vivere l’autenticità di un luogo, mentre chi quell’autenticità l’ha costruita ogni giorno è costretto ad andarsene!
Dietro questa trasformazione si nasconde un meccanismo economico molto più grande, in cui le abitazioni diventano strumenti di rendita, interi quartieri finiscono nelle mani di fondi immobiliari e piattaforme digitali e le città perdono progressivamente la loro identità, trasformandosi in prodotti da vendere e consumare.
Oggi per la nostra rubrica Cose Preziose vogliamo presentarvi Turisti a casa nostra un libro di Antonio Di Siena, pubblicato da LAD Edizioni. Un viaggio che parte da Atene ma riguarda da vicino anche Napoli, Palermo, Siviglia e tante altre città europee. Un lavoro di ricerca, analisi e narrazione che racconta come la turistificazione stia cambiando profondamente il nostro modo di abitare, lavorare e vivere gli spazi urbani.
Di seguito un breve estratto della prefazione di Thomas Fazi che approfondisce i meccanismi economici e sociali alla base di questa trasformazione.
Per turistificazione, nell’analisi di Di Siena, si intende un processo sistemico di colonizzazione ed espropriazione delle città da parte del capitale finanziario, che trasforma lo spazio urbano, la casa, la vita stessa dei cittadini in una merce da cui estrarre valore.
Non indica, dunque, semplicemente la crescita del turismo, ma una vera e propria metamorfosi economica, politica e culturale delle città contemporanee, soprattutto nel Sud Europa. Ci troviamo, in sostanza, di fronte a un processo attraverso cui le città vengono progressivamente riconfigurate secondo la logica del turismo e della rendita, smettendo di essere luoghi di riproduzione sociale – con comunità e identità stabili, servizi, lavoro – per diventare “città-merce” o “quartieri-piattaforma”, come scrive Di Siena: spazi orientati al consumo e al ricambio continuo di visitatori.
La turistificazione è da intendersi, in sostanza, come una strategia di estrazione di valore in un contesto di bassa crescita, quale quello dell’Europa meridionale, in cui ormai vi è ben poco da estrarre dall’economia reale. In tale contesto, le abitazioni diventano la “materia prima” di un’economia renditiera che lavora su affitti brevi, consumo continuo e servizi turistici.
Questo processo di estrazione di valore si articola su due livelli complementari. Da un lato, i proprietari di casa vengono incentivati a privilegiare gli affitti brevi – spesso presentati come un modo per “integrare il reddito” – ma che in realtà spostano una quota crescente dei profitti verso le grandi piattaforme digitali che gestiscono le prenotazioni e impongono le proprie regole, tariffe e commissioni. In questo modo, la piccola proprietà viene inglobata in una catena del valore dominata da attori globali che ne drenano la redditività.
Dall’altro lato, si verifica una progressiva concentrazione della proprietà immobiliare. Attraverso l’imposizione di condizioni di rimborso dei mutui sempre più onerose, famiglie e piccoli proprietari vengono spinti verso l’insolvenza, aprendo la strada all’espropriazione sistematica degli immobili da parte di banche, società immobiliari e grandi fondi d’investimento. Ciò che inizia come indebitamento individuale si traduce in un trasferimento collettivo di ricchezza reale – case, quartieri, interi centri urbani – verso i vertici del capitale finanziario. In sintesi, la turistificazione agisce come un meccanismo di estrazione a doppia mandata: da un lato mercifica l’uso dell’abitazione, dall’altro ne finanziarizza la proprietà, convertendo lo spazio urbano in una miniera di rendita per il capitale globale. Una vera e propria forma di colonizzazione finanziaria.
Si tratta di un fenomeno per molti versi globale, che però, nel Sud Europa, come detto, sembra aver assunto connotati specifici, determinando uno strisciante processo di “secondomondizzazione”, dice Di Siena, in cui il turismo sta progressivamente diventando una monocultura economica: una dipendenza strutturale fondata sulla rendita, la precarietà e la deindustrializzazione. Ciò è particolarmente preoccupante se consideriamo la natura iper-estrattiva di questo modello, che comporta una duplice espropriazione: non solo economica e materiale ma anche simbolica, nella misura in cui quartieri perdono identità e memoria collettiva, diventando “non-luoghi” pensati per la mobilità e la transitorietà.
Di Siena sottolinea giustamente come quest’ultima non rappresenti un effetto collaterale della turistificazione, ma bensì uno dei suoi obiettivi non dichiarati. La turistificazione, infatti, svolge anche una importante funzione politica: pacifica il conflitto sociale, assorbendo temporaneamente la disoccupazione attraverso lavori precari, stagionali e non sindacalizzati; riduce la pressione per politiche di piena occupazione, sostituendo il welfare con quello che Di Siena chiama un “welfare surrogato”, cioè un sistema di sopravvivenza fondato sulla rendita, l’indebitamento e la precarietà; e, infine, frammenta le comunità, disinnescando alla radice qualunque tentativo di resistenza a cui questo processo potrebbe – dovrebbe – dar vita. Lo svuotamento sociale diventa dunque una forma di controllo politico: un vero e proprio dispositivo di governo neoliberale (“svuotare per dominare”).
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